top of page

Il safeguarding è un concetto “occidentale”?

  • Immagine del redattore: Gabriele Carmelo Rosato
    Gabriele Carmelo Rosato
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Il 19 giugno 2026 ho partecipato all’International Safeguarding Conference (ISC), organizzata dalla Pontificia Università Gregoriana a Roma. L’ISC è il principale appuntamento internazionali dedicato al safeguarding e riunisce ricercatrici e ricercatori, professionisti, organizzazioni e survivor provenienti da tutto il mondo, accomunati dall’impegno di prevenire gli abusi e proteggere bambini, bambine e persone vulnerabili.


Il mio intervento, presentato nell’ambito del Safeguarding Research Lab, si intitolava:

“Is Safeguarding a ‘Western’ Concept? Toward a Decolonial Praxis of Translation.”



Una domanda scomoda, ma necessaria

Il safeguarding viene spesso presentato come un principio universale: proteggere le persone dagli abusi è, senza dubbio, un obiettivo condivisibile. Eppure, lavorando in contesti internazionali e multiculturali, mi sono accorto che il termine safeguarding non suscita ovunque le stesse reazioni.

In alcuni contesti viene percepito come un insieme di procedure burocratiche. In altri, come un modello importato dall’Occidente. In altri ancora, come un linguaggio istituzionale distante dall’esperienza quotidiana delle comunità. Da qui nasce una domanda che può sembrare provocatoria: Il safeguarding è un concetto occidentale?


Una risposta che non è né “sì” né “no”

Durante la conferenza ho provato a mostrare come questa domanda non possa essere risolta con una risposta semplice. La mia proposta potrebbe essere riassunta in due formule: “Yes, but…” oppure “No, but…”.

Proteggere le persone dalla violenza non appartiene a una sola cultura. Tuttavia, il modo in cui oggi traduciamo questa responsabilità in politiche, procedure, valutazioni del rischio e linguaggio professionale è il risultato di specifiche storie istituzionali e culturali, sviluppatesi prevalentemente in Europa e nel mondo anglosassone.

Riconoscere questa origine non significa relativizzare gli abusi né mettere in discussione i principi fondamentali della tutela. Significa, piuttosto, chiederci come questi principi possano essere condivisi senza essere semplicemente esportati.


Un lavoro di traduzione

Uno dei concetti centrali del mio intervento è stato che il safeguarding non dovrebbe essere pensato come un processo di trasferimento di competenze, ma di traduzione di comportamenti.

Tradurre non significa cambiare i principi. Significa renderli comprensibili, credibili e praticabili all’interno di culture differenti. Questo richiede ascolto, dialogo e la disponibilità a riconoscere anche altre forme di conoscenza, comprese le tradizioni orali, i saperi comunitari e le prospettive dei survivor.


Una pratica quotidiana

Più che offrire risposte definitive, il mio intervento vuole proporre una riflessione sulla nostra pratica quotidiana. Come comunichiamo il safeguarding? Chi partecipa alla costruzione delle procedure? Quali linguaggi utilizziamo? Chi rimane escluso? Perché, forse, la domanda più importante non è se il safeguarding sia o meno un concetto occidentale. La domanda è se siamo disposti a renderlo davvero interculturale.

 
 
 

Commenti


bottom of page