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Lo spazio pubblico non è neutro: un approccio trauma-informed

  • Immagine del redattore: Gabriele Carmelo Rosato
    Gabriele Carmelo Rosato
  • 5 nov
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 11 nov

Il 7 novembre 2025 ho avuto il piacere di partecipare al Convegno Internazionale “Strade per la gente”, organizzato a Venezia dal cluster Accessibilità Ambientale della Società Italiana della Tecnologia dell’Architettura (SITdA). Un'opportunità interdisciplinare per discutere di come la progettazione urbana possa contribuire al benessere psico-fisico e all’inclusione delle persone, attraverso una programmazione più attenta ai bisogni reali e diversificati delle comunità.

Il mio intervento si è intitolato Approcci informati sul trauma nella progettazione di spazi urbani all’aperto: per un design inclusivo e ha proposto una riflessione antropologica sull’urbanistica contemporanea, a partire da una constatazione semplice ma spesso ignorata: gli spazi pubblici non sono sicuri per tutti perché non sono spazi neutri.



Spazio urbano e trauma: un binomio invisibile

Si stima che oltre il 70% della popolazione mondale abbia vissuto almeno un’esperienza traumatica nel corso della vita. Eppure, le nostre città sembrano spesso progettate come se il trauma fosse un’eccezione, un dettaglio irrilevante, un fatto privato da relegare nella vita personale. Ma la città non fa da sfondo alle nostre vite: agisce sul corpo, sull’umore, sui pensieri, sulla possibilità o meno di sentirsi al sicuro.

Per questo motivo ho proposto di integrare un approccio “trauma-informed” nella progettazione degli spazi pubblici all’aperto, con la finalità di riconoscere gli effetti che i luoghi possono avere su chi convive con traumi passati.


Dal PEBA alla progettazione empatica

La mia proposta si è concentrata in particolare sull’applicazione del PEBA (Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche), suggerendo di superare una visione meramente tecnica dell’accessibilità per adottare una progettazione relazionale, empatica e partecipata. Eliminare una barriera, infatti, non significa solo rendere un luogo accessibile dal punto di vista motorio, ma anche ridurre le soglie emotive e percettive che ostacolano il senso di sicurezza e appartenenza.


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Verso una città che riconosce gli impatti dei traumi

Un'urbanistica informata sul trauma non si limita a evitare il disagio: mira a costruire luoghi capaci di ospitare i vissuti difficili, senza amplificarne le implicazioni. Significa pensare alla città come a un dispositivo narrativo, che può essere testimone della sofferenza e allo stesso tempo strumento di riconciliazione. Spazi che non rimuovono, ma trasformano.


I principi di cui ho discusso si possono tradurre in azioni concrete; e sono tali quando vedono il coinvolgimento degli utenti: quando si chiede “Cosa ti fa sentire al sicuro?”.


Le slide si possono scaricare qui 👇🏽


 
 
 

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